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‘Barbarians’, tutta l’energia di Hofesh Shechter sul palco dell’Argentina per l’apertura del RomaEuropa Festival

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‘Barbarians’, tutta l’energia di Hofesh Shechter sul palco dell’Argentina per l’apertura del RomaEuropa Festival

Nella prima piecè The barbarians in love sei interpreti, figure vestite di bianco, si muovono come un corpo solo sulla partitura barocca di François Couperin, Les Concerts Royaux, in dialogo con le musiche elettroniche dalle derive rock scritte e composte dallo stesso Shechter.

Tre pièce per tre diverse forme di energia. Musica barocca, elettronica, groove. Un utilizzo delle luci potentissimo. Nudità e costumi teatrali. E danzatori strepitosi, immobili o scatenati, precisi e coinvolgenti.

I barbarians’ di Hofesh Shechter, spettacolo di apertura del RomaEuropa Festival, andato in scena al Teatro Argentina, sono un gruppo d’individui governato da impulsi animaleschi e vogliosa bramosia, che ha messo da parte cultura e raziocinio. Una coreografia sul rapporto tra la razionalità della mente e il corpo con i suoi desideri; il conflitto tra i valori e le regole dettati dalla cultura alla quale apparteniamo e l’istinto, le necessità, i desideri di ogni individuo: il lavoro del coreografo israeliano vuole essere un’indagine in tre capitoli sul rapporto tra istinto e intimità, tra la passione e la banalità del sentimento amoroso, tra il pensiero e il corpo trasportato dal suono.

Nella prima piecè The barbarians in love sei interpreti, figure vestite di bianco, si muovono come un corpo solo sulla partitura barocca di François Couperin, Les Concerts Royaux, in dialogo con le musiche elettroniche dalle derive rock scritte e composte dallo stesso Shechter. È l’esplosione del groove dubstep in tHE bAD, che cambia repentinamente il ritmo della coreografia e mette in gioco cinque danzatori sulla partitura musicale composta dal coreografo con incursioni barocche e brani rap (Mystikal, Pussy Crook). Sullo stesso confronto musicale, questa volta aperto al compositore sudafricano Abdullar Ibrahim, chiude la trilogia il duo Two completely different angles of the same fucking thing: il rapporto amoroso tra un uomo e una donna fuori o dentro qualsiasi cliché.

Universalità e individualità, ancestralità e contemporaneità, suono e silenzio, immobilismo e movimento: i cambi sono repentini, i movimenti dei danzatori ripetuti sotto luci diverse, i costumi – gli stessi, ma a tratti robotici e a tratti tribali – evocano atmosfere fra loro distanti millenni.

Amore, innocenza, solitudine, ricerca personale, dialogo con se stessi, lezioni di vita, movimento: gli spettatori hanno a disposizione queste chiavi di lettura, fornite direttamente nel prologo dello spettacolo dalla voce fuori campi del coreografo israeliano. Per poi chiedersi: in fondo c’è veramente qualcosa da capire o è un solo un grande autoritratto umano?

 

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