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B.L.U.E musical improvvisato al Teatro7. Di cosa parla? Non lo so…lo decido in teatro

Da martedì 25 a domenica 30 settembre i Bugiardini al Teatro7 con B.L.U.E. il musical completamente improvvisato

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Avete mai pensato di andare a teatro e decidere voi cosa vedere? Ma, soprattutto, credereste mai che questo si possa fare addirittura con un musical? Sì! Questo è quello che faranno I Bugiardinidal 25 al 30 settembre al Teatro7.  Sono un’eccezionale compagnia di musical improvvisato che non viene dal West End o da Broadway, ma è tutta italiana.

Fabrizio Lobello, uno dei fondatori della compagnia, ci racconta come nasce questa esilarante forma d’arte che è tutt’altro che improvvisata.

Fabrizio, se penso ad un musical improvvisato, mi viene in mente qualcosa di catastrofico. Come riuscite a conciliare due cose così diverse come musical e improvvisazione?
(Ride…) Il termine improvvisato, nel linguaggio comune, fa venire in mente uno spettacolo messo su alla buona. In realtà dietro al nostro spettacolo c’è molto lavoro e molte prove, che però noi chiamiamo allenamenti. Ci alleniamo a fare un musical dove la storia, i personaggi e le canzoni sono create al momento. È uno spettacolo che ha qualcosa in meno rispetto al musical preparato, e delle caratteristiche più. Noi lo spieghiamo in sala e la cosa più bella è la relazione che si crea tra noi e il pubblico: questo è ciò che più amo degli spettacoli di improvvisazione.

Il canovaccio esisteva ai tempi di Plauto, ma è una tradizione diversa. Esiste una tradizione di musical improvvisato? 
Noi non abbiamo canovaccio. Chi viene a vedere lo spettacolo più volte dice che è completamente diverso dal precedente. Noi improvvisiamo come nella commedia dell’arte, ma senza canovaccio. Possiamo creare una storia unica, oppure più storie, racconti con flash back, ci potrebbe essere un narratore, … non lo so. Dipende dall’estro di quel momento, dalla serata, dal pubblico. Non abbiamo nessuno schema. Anzi, questo è proprio il nostro modo di lavorare: appena vediamo che una tematica ritorna, cerchiamo di eliminarla, perché ci piace sfidarci ogni volta e proporre al pubblico delle cose completamente nuove. Anche la musica è improvvisata.
In Italia non esiste una tradizione di musical improvvisato. Siamo i primi. All’estero, nel mondo anglosassone, specialmente a Broadway e nel West End, esiste da alcuni anni. In particolare ci spiriamo agli Showstopper!, una compagnia che ha un livello di professionalità così elevato da permettere loro di partecipare a concorsi fino ad ora dedicati al musical tradizionale.

Anche i Bugiardini stanno facendo molta strada…
Di questo dobbiamo ringraziare Michele La Ginestra che quattro anni fa ha creduto in questo progetto e lo ha portato nel suo Teatro7, consentendoci poi di iniziare ad andare in turné nei teatri di tutta Italia.
L’anno scorso ci siamo esibiti anche al Teatro Nuovo di Milano, che normalmente ospita i grandi musical che arrivano in Italia, e siamo stati visti da circa un migliaio di persone. È stata una bella soddisfazione!

Locandina Teatro Sette 2018 v2

 

Uno spettacolo che vi chiedono spesso?
C’è un nostro fan che ci segue nelle varie città e ci chiede di fare un musical sul festival di Sanremo… e quest’anno una compagnia lo effettivamente portato in scena, proprio al teatro nuovo. Quindi se dovessimo rincontrarlo, potremo dirgli che non lo possiamo fare perché è già stato realizzato.
Molto gettonato è poi il tema del cimitero. Festival di Sanremo e cimitero sono le cose che ci chiedono di più e non so se c’è qualcosa che li lega. Forse i fiori…..

La richiesta che vi ha messo maggiormente in difficoltà?
L’anno scorso, proprio al Teatro7, ci hanno chiesto di ambientare un musical in un bordello delle Filippine. In quel caso cerchiamo di rispettare la volontà del pubblico ma non completamente. Il pubblico spesso è un po’ sadico, ma fa parte del gioco. In generale, quando scegliamo il titolo, ne selezioniamo cinque o sei tra quelli proposti. Poi facciamo scegliere al pubblico col sistema dell’applausometro. Spieghiamo però loro di scegliere qualcosa per cui valga la pena restare in teatro per un’ora e mezza. Il pubblico, però, resta sovrano.

Qual è la criticità maggiore che affrontate in uno spettacolo come questo?
È sicuramente uno spettacolo complesso. Siamo attori e improvvisatori esperti, non siamo propriamente cantanti o ballerini, tranne una di noi che è una ballerina di danza classica. Al momento la parte che ci impegna di più, forse, sono le coreografie. Ma questo ci offre l’opportunità di sfidarci a superare i nostri limiti. Una criticità sicuramente viene dal dover coniugare, per oltre un’ora, forme d’arte diverse come il canto, il ballo e la recitazione, costruire una storia che abbia uno sviluppo logico e che abbia un inizio e una fine. Quasi sempre viene fuori uno spettacolo molto comico o quantomeno esilarante.
Un’altra difficoltà è data dal tempo: riuscire ad organizzare lo spettacolo e a portarlo in scena nell’arco di tempo di un’ora e mezza non è semplice.

Se dovessi individuare una peculiarità del vostro spettacolo, quale sarebbe?
La caratteristica principale del nostro spettacolo, che ci viene segnalata dal pubblico, è che loro si divertono perché vedono noi che ci divertiamo, anche e soprattutto quando siamo davanti a delle difficoltà.

Prima accennavi al fatto che anche la musica è improvvisata. Cosa intendi dire? Con noi sul palco c’è una band di quattro o cinque elementi, a seconda della serata, e anche le musiche sono totalmente improvvisate. Sia le musiche che l’arrangiamento.

Quindi se io vi chiedo, ad esempio, Cocciante voi non fate Cocciante?
No! Assolutamente no!
Nulla di quello che facciamo deve ricordare delle cose esistenti. A giugno, ad esempio, ci hanno dato un titolo che era Il Fantasmino dell’Opera e che evidentemente in quel caso c’era qualche citazione dell’opera originale. Ma fu un’eccezione.

Qual è il background che deve avere un artista di questo tipo?
Sicuramente una certa esperienza nel campo dell’improvvisazione teatrale, insieme ad una predisposizione al canto. Ci sono molti bravissimi attori, improvvisatori, che però non sono a loro agio con con il canto.
L’improvvisazione è fondamentale perché ti da una serie di strumenti che ti consentono di avere un diverso atteggiamento verso l’errore, le difficoltà, l’imprevisto, che sono fondamentali. La cosa principale che occorre è saper lavorare sui meccanismi dell’improvvisazione e saper trasformare l’errore in opportunità. Devi saper trarre ispirazione da tutto quello che succede, anche da uno starnuto che arriva dal pubblico. Anche un fischio fa cambiare il corso della storia. Quando impari a gestire questo tipo di situazione, non ti spaventa nulla, anzi!
Noi andiamo in scena con la stessa curiosità che ha il pubblico, perché neanche noi sappiamo che cosa faremo quella sera.

Durante le prove cosa fate? Ci esercitiamo ad improvvisare canzoni in diverso stile, possiamo decidere di studiare i musical dell’epoca d’oro di Hollywood, di approfondire le tecniche di montaggio di Rodgers & Hammerstein; oppure come si canta a cappella, senza l’aiuto della musica, o dei lavori sulla drammaturgia. Facciamo quello che faremmo in uno spettacolo: ci diamo dei titoli che non abbiamo mai fatto e cerchiamo di fare un musical esattamente come se fossimo davanti ad un pubblico: per questo li chiamiamo allenamenti.
Non sono delle prove perché non puoi provare niente. Puoi solo esercitarti ad affrontare qualunque cosa il pubblico ti possa chiedere.

 

 

Qual è il tuo percorso? Dove ti sei formato?
Vengo dal teatro classico, e solo in un secondo momemto ho scoperto l’improvvisazione teatrale: circa 15 anni fa. Era la fine degli anni Novanta. Era una forma d’arte che mi interessava e quando, per strada, vidi un annuncio dove si proponevano dei corsi di improvvisazione teatrale, mi iscrissi e da lì è nato il mio lavoro. Dieci anni fa ho avuto la fortuna di incontrare i miei compagni di viaggio, I Bugiardini: siamo una compagna davvero affiatata e da allora siamo ancora insieme e con tanta voglia di crescere.

Progetti alternativi a B.L.U.E.?
B.L.U.E. non è l’unico spettacolo che portiamo in scena: facciamo spettacoli anche all’estero dove, ad esempio, usiamo la tecnica del film muto, anche quello completamente improvvisato, una soluzione che ci consente di superare il problema della lingua. Ad agosto, per il quarto anno, siamo stati al Fringe Festival di Edimburgo.

Film muto e musial non sono agli opposti?
In un certo senso sì, ma sono solo due modi diversi di narrare una storia, che è quello che vogliamo fare noi. E’ sempre uno spettacolo di impianto comico che però riesce ad avere dei toni un po’ più poetici, più delicati ed antichi. Ha un sapore un po’ più retrò, perché ci ispiriamo ai film degli anni Venti: lavoriamo dietro uno schermo, un velatino, su cui vengono proiettati i titoli, anche quelli improvvisati.

In questo caso più che la commedia dell’arte vi occorre la conoscenza del mimo?
Sì, infatti in questo caso abbiamo lavorato con dei mimi e abbiamo studiato i film muti, il linguaggio e la comicità classica tipica di quegli anni e lavorato molto sulla clownerie Poi abbiamo rivisitato tutto attraverso il nostro gusto personale.

È uno spettacolo che avete sperimentato anche in Italia?
Lo abbiamo portato in scena a maggio per una settimana. Probabilmente ripeteremo l’esperimento l’anno prossimo proprio a Roma.

Hypatia