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Arriva in teatro il capolavoro del regista spagnolo Luis Buñuel

L’Angelo Sterminatore di Luis Buñuel , dal 5 al 10 dicembre al Teatro
Trastevere.

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“L’uomo reca in sé la propria condanna e la propria salvezza. La sua stessa anima è la gabbia che lo terrà prigioniero…L’Angelo Sterminatore come dissacrazione di tutte le consapevolezze fittizie, una forza oscura che abbraccia tutti, nessuno escluso”

Susanna Lauletta e Alessandra Silipo, restituiscono al teatro l’opera di José Bergamin, resa immortale dal maestro spagnolo Luis Buñuel.

Cinismo e perversione. Il decoro del degrado. La facciata splendente dell’ipocrisia. Volontà annichilite, l’odore ridondante delle proprie mura.

Esseri che non possono fare quello che vorrebbero: uscire da una stanza. Schemi e convenzioni che “spolpano” l’essere del proprio nome smascherandone, in una lotta di supremazia inconscia, la vera personalità. Anime divorate, signorilità marcate, il blackout della percezione di se stessi. Un impasto umano che diventa incubo visionario.

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Si vuole mettere in scena il paradossale immobilismo dell’uomo moderno che viene inglobato nella sua fragilità e nel groviglio dei suoi sordidi vizi, in quell’ipocrisia attraverso la quale si tenta di mistificare la paura della vita e degli altri. L’Essere umano svuotato del suo significato e valore più alto, degradato ad egoistica e inconsapevole cellula cancerogena di una società bestiale destinata ad autoconsumarsi pur difendendo incessantemente la sua sopravvivenza.

La trama, in realtà, è solo un pretesto per scavare nei meandri della psicologia umana del mondo borghese, visto con gli occhi di  Buñuel, comunista e anticlericale.

Il gruppo di invitati, tutti appartenenti alla borghesia, si trovano impossibilitati a lasciare la sala che li ospita, come se qualcosa di misterioso li bloccasse. Reclusi in esso per lunghi giorni, le loro passioni e meschinità esplodono e appare il loro vero volto, quello dell’animalità che vive nascosta sotto abiti eleganti e maniere affettate: perdendo prima l’educazione, poi la personalità, poi la dignità, manifestano l’arroganza e i vizi propri di un’umanità malata.

Dopo più di sessant’anni, la piéce è ancora attuale e, oltre ad essere una critica tagliente, sociale ed umana, è metafora, oggi come allora, dei drammi dell’uomo contemporaneo.

Alessia de Antoniis