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Allegra è la Vedova al Teatro della Cometa

Gennaro Cannavacciuolo torna a Roma dal 9 ottobre al 4 novembre con Allegra era la Vedova? One-man-show per una miliardaria

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Gennaro Cannavacciuolo sarà il protagonista al Teatro della Cometa dal 9 ottobre al 4 novembre di Allegra era la vedova? one-man show per una miliardaria, autore Gianni Gori, da un’idea di Alessandro Gilleri. Regia di Gennaro Cannavacciuolo e Roberto Croce.

Ad accompagnare in scena Gennaro, due ballerini, Giovanni De Domenico e Fulvio Maiorani, e tre musicisti: pianoforte Dario Pierini, clarinetto e sax contralto Andrea Tardioli, violino Piermarco Gordini.

Abbiamo avuto il piacere di parlare con il Maestro Gennaro Cannavacciuolo di questa personale versione de La Vedova Allegra.

Maestro, come nasce l’idea di questa Vedova Allegra e perché dal 2005 non è più stata riproposta?
La prima edizione mi fu commissionata da Moni Ovadia, allora direttore dell’Mittelfest di Cividale del Friuli, in occasione del centenario de La Vedova, che debuttò nel 1905. L’idea nasce da una scoperta fatta in un archivio del teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste, quando l’allora segretario artistico, scoprì un canovaccio che aveva recitato una fantasista dell’epoca, una trasformista: da qui l’idea di fare questo allestimento.
Quello fatto a Cividale, era un allestimento da teatro lirico, molto complesso. C’erano più tecnici che attori, anche perché l’attore ero solo io. Avevo anche un corpo di ballo, un complesso sistema di luci e una sofisticata scenografia composta da vari pannelli.
Ho però sempre conservato il desiderio di riprendere questo spettacolo. Ed ora, finalmente, ce la stiamo facendo.

Cosa resta del testo originale di Lehàr?
Tutto: è l’operetta raccontata dal primo interprete del personaggio di Danilo Danilowich, l’attore Louis Treumann, che è realmente esistito. Ed è Louis Treumann, ormai anziano, che va per l’ultima volta in questo teatro di Vienna dove debuttò nel 1905 La Vedova. Qui, lui ricorda la sua giovinezza, il suo debutto nel ruolo del conte Danilo e, come per incanto, prende vita lo spettacolo, che lui racconta con l’ausilio di due ballerini.

Perché Louis Treumann torna in teatro? Per vederlo un’ultima volta, perché sta arrivando qualcuno che forse lo verrà a prendere. Ma non sappiamo ancora chi. Lo scopriremo solo alla fine: sono soldati delle SS. Louis Treumann, nome d’arte di una persona realmente esistita, diventato una star dopo il successo de La Vedova Allegra, finisce la sua carriera quando vengono promulgate le leggi razziali da Hitler perché ebreo. Termina la sua carriera e comincia la persecuzione. Da grande star, diventa una perseguitato.

 

 

Lei ha portato in scena Modugno, Yves Montand, Milly e adesso la Vedova. Sono tutti one-men-show. Perché questa forma di rappresentazione?
Ho avuto la possibilità e la fortuna, ad un certo punto della mia carriera, di poter scegliere e, quando capisci che si vive una volta sola, allora perché non tentare di fare le cose che ti piacciono? Ed è quello che sto facendo in questi ultimi anni. Il pubblico mi premia e quindi ho un motivo in più per andare avanti: se avessi fatto dei fiaschi mi sarei fermato. Non sono sempre rose fiori, ci sono anche le difficoltà note al teatro italiano; però sono soddisfatto del mio lavoro.

Ha lavorato con grandissime persone. Tra queste, tre in particolare Eduardo de Filippo, Pupella Maggio e Domenico Modugno. Quale eredità le hanno lasciato?
Sicuramente cose che non si possono imparare in una scuola. Un po’ ho imparato, un po’ ho rubato, spesso loro mi hanno regalato qualcosa. Eduardo e Pupella mi hanno insegnato il rigore del mestiere, la serietà, la devozione; la passione già l’avevo. Sicuramente l’umiltà, perché senza quella non vai da nessuna parte. Il pubblico non ama la presunzione, non è stupido come spesso si crede. Pupella mi diceva che il pubblico bisogna trattarlo in guanti bianchi, come un ospite a cui tieni. Da loro due ho imparato addirittura come si cammina sul palcoscenico.
Grazie a Modugno, ho imparato a sviluppare la mia spontaneità, la mia veracità; ad avere un animo popolare, che già avevo perché sono figlio di pescatori, di pescivendoli: io nasco per strada, per cui con Modugno mi sono trovato benissimo. Di Modugno apprezzavo la sincerità: era un vero poeta che scriveva delle cose semplici ma di grande effetto.

Oggi il dialetto napoletano è molto usato per far ridere. In realtà che cosa resta oggi del vero, grande, teatro napoletano.
Purtroppo resta ben poco, resta il repertorio di Eduardo, che speriamo venga salvaguardato sempre di più. Purtroppo è vero, questo dialetto si usa per far ridere, ma non è così. C’è qualcosa di molto più profondo, ma la gente non vuole approfondire: resiste l’immagine dei napoletani “pizza, mandolino e spaghetti”. Sui social, purtroppo, mi imbatto in napoletani che non sanno scrivere dei napoletani: è una cosa che disturba. Spero almeno che si salvaguardi il repertorio, autentico, che abbiamo del teatro napoletano. Purtroppo è difficile perché non ci sono più grandi maestri, tutto viene omologato, tutto viene rovinato da questa scatola che è la televisione.

Hypatia