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Al Brancaccino Zozòs e la trasgressione politically correct di Manfridi

Claudio Boccaccini porta in scena gli “uccellini” di Giuseppe Manfridi dall’8 al 18 novembre al teatro off del Brancaccio

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Dall’8 al 18 novembre, sul palco del Brancaccino, Zozòs, un’ora e mezza di amplesso sodomitico, raccontato con una lingua di altissimo livello e  un registro teatrale che pochi riescono a padroneggiare come Giuseppe Manfridi.
Zozòs, in slang parigino “uccellini”, testo acclamato dalla critica straniera fin dal suo esordio, diretto nel 2000 a Londra dal grande Peter Hall, torna in scena, nonostante le difficoltà ad essere accolto dai teatri italiani, e nella fattispecie romani, grazie alla determinazione del regista Claudio Boccaccini e dell’aiuto regista Eleonora Di Fortunato.
Bice, un’avvenente quarantenne, e Tito, poco più che ventenne, restano “incastrati” durante un rapporto non convenzionale. Questo è però solo un pretesto per raccontare luoghi comuni della società contemporanea: l’anaffettività di un padre che riconosce il figlio solo nella misura in cui lo rende orgoglioso, la paura di avere un figlio gay, l’importanza dell’apparenza, la meschinità e la pochezza di chi antepone la forma alla sostanza, il moralismo borghese. Tutto sapientemente nascosto dietro al racconto, in chiave moderna, del mito di Edipo e Giocasta.

 

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Abbiamo incontrato il regista Claudio Boccaccini.

Come mai è passato così tanto tempo prima di questa ripresa?
E’ un testo che per quello che racconta, e per come lo racconta, ha una difficoltà oggettiva: quella di trovare un’interprete femminile disponibile a recitare questa parte, che prevede una adesione molto stretta con il partner. La prima ad interpretare Bice, la protagonista, fu Adriana Russo. Poi arrivò il grandissimo successo inglese, con la regia di Peter Hall, che era il loro Luca Ronconi.
Quando abbiamo deciso di rifarlo, ci siamo trovati davanti alla stessa difficoltà di un tempo, ossia trovare la protagonista adatta e questo è stato uno dei motivi che ci ha rallentato. Siamo poi riusciti a mettere insieme un cast affiatatissimo: Siddhartha Prestinari, che ha accettato di interpretare il non facile ruolo di Bice, Paolo Roca Rey e Riccardo Bàrbera, unico rimasto del cast originario del 1987.

I teatri come accolgono una pièce simile?
Siamo in presenza di un’opera molto raffinata, ma difficile da raccontare. Quando descrivi lo spettacolo, sembra che sia scabroso, scandaloso, mentre così non è; presenta una scrittura di elevatissimo livello, opera di quello che, secondo me, è il più grande drammaturgo italiano attualmente sulla scena, Giuseppe Manfridi.
Però, quando racconti che parla di una signora che, durante un amplesso estemporaneo con un giovane incontrato in palestra, rimane “incastrata” durante un rapporto non convenzionale, vedo le facce delle persone che rimangono colpite.
In realtà, questo è solo un pretesto per raccontare, attraverso una serie infinita di colpi di scena con un epilogo tragico, una storia basata sul mito di Edipo: si scoprirà, infatti, che il ragazzo è figlio della protagonista e che aveva inconsapevolmente ucciso suo padre. E’ una soluzione geniale!
Purtroppo in Italia, diversamente da altri Paesi, abbiamo dovuto affrontare una certa pigrizia mentale dei gestori dei teatri: siamo quindi rimasti nel circuito off, nonostante il pubblico ci abbia sempre premiati.

Quanto sei intervenuto sul testo?
Il testo è rappresentato integralmente, così come è scritto; non ci sono stati interventi da parte mia, perché non ce n’era bisogno.
Sono intervenuto solo su due aspetti: il ritmo della narrazione, che è forsennato e con una vis comica molto sottolineata, e l’ambientazione, perché l’ho inserito in un contesto di vaga surrealtà.

 

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Si sottolinea sempre il richiamo, presente in Zozòs, al mito di Giocasta ed Edipo. Non trovi che la struttura del testo di Manfridi sia più complessa?
Lo spettacolo è in tre atti: il primo ha i colori e i toni della commedia alla Moliere, con il medico, la siringa, la puntura. Nella seconda parte, quando si comincia a disvelare la storia pregressa tra Bice e Tobia, è evidente il dramma borghese e il richiamo a Pirandello. La terza parte è quella dove esplode la tragedia. Quindi, è come se nello stesso spettacolo convivessero, e questa è una strepitosa idea registica, tre tipi di teatro: la commedia, il dramma e la tragedia. E’ tutto un po’ eccessivo, a tratti parodistico, ma i toni non sono mai eccessivi. Quando arriva il momento della tragedia, loro si esprimono con i toni e le movenze tipiche della tragedia: mano sulla fronte, urla, abbandoni del corpo, ma è il gioco del teatro. Riunire varie forme teatrali nello stesso lavoro, credo sia uno degli aspetti più interessanti di questa forma d’arte.

Il Daily Mirror scrisse: “La commedia più divertente e trasgressiva che abbia mai visto”.
Il Times: “Ciò che avviene sotto quel paracadute resterà tra le più vivide immagini dell’anno”.
Il Sunday Times: “La più raffinata, esilarante, destabilizzante, indecente commedia che abbia mai visto”.
Ora il lavoro di Giuseppe Manfridi torna di nuovo a casa, in un teatro romano, con un regista romano, pronta ad essere nuovamente acclamato dal pubblico del Brancaccino. Dall’8 al 18 novembre.

Hypatia