Eventi musica teatro mostre cinema mobilitazioni a Roma

50 Anni e sono ancora mia, perché l’8 marzo si festeggino le donne ancora in vita. Intervista a Maria Letizia Gorga

Giovedì 8 Marzo all’Auditorium Parco della Musica andrà in scena lo spettacolo musicale, interpretato dall’attrice e cantante Maria Letizia Gorga e scritto e diretto da Pino Ammendola.

bio3

L’artista, accompagnata da una formazione pop-rock di quattro musicisti: Stefano De Meo alle tastiere, Pino Iodice alla chitarra, Paola Caridi alla batteria e Andrea Pintucci al Basso, a cinquanta anni dal ’68, ripercorrerà attraverso brani musicali iconici, un’epoca che ha segnato la storia.

Postit ha avuto il piacere di intervistare una bellissima “strega”, che è riuscita a non farsi chiudere in quel baule dove tutte noi ci chiudiamo quando la buona educazione che ci viene imposta ci costringe a dimenticare chi siamo, per interpretare quel ruolo che, magari in buona fede, qualcun altro ha scelto per noi e che, cosa ben peggiore, la società si aspetta da noi.

Tra il ruolo di principessa delle fiabe, chiusa in un castello, e quello di strega, che comunica con le forze della natura, Maria Letizia ha scelto il secondo, perché in realtà, noi donne siamo streghe, non principesse, e lo siamo dalla notte dei tempi. Una strega nasce tale, una principessa lo diventa perché un principe l’ha scelta.

Lo spettacolo è un percorso musicale nel mondo femminile, che si libera, proprio in quegli anni, dell’immagine rassicurante della donna madre, moglie e massaia e scuote tutti al grido di “tremate, tremate, le streghe son tornate!” Dove sono finite queste streghe? Le cronache ci restituiscono notizie di streghe trovate in qualche bosco, ma sono state uccise. Le streghe fanno sempre paura.

Le streghe sono quelle che cercano di far ricordare che il bello delle donne viene dall’autonomia e dalla libertà e, per questo, continuano ad essere perseguitate. Ci sono ancora molte conquiste da fare, sul piano della determinazione e della libertà di parola, della libertà di essere al di fuori di confini che sono stati culturalmente predeterminati. Oggi il problema è rappresentato dalla non accettazione del fatto che una donna possa avere una sua autonomia anche sentimentale. La nostra società non sa accettare il rifiuto. E’ un problema profondo, non solo femminile. E’ un problema di educazione sentimentale oltre che sessuale. Le classi più colpite sono quelle più deboli, che culturalmente sono sempre  state perseguitate: le donne, gli omosessuali, chi appartiene ad una “razza” diversa.

Sono state combattute grandi battaglie, grandi risultati ci sono stati, posti che prima erano preclusi alle donne oggi non lo sono più, però, culturalmente, non riusciamo a fare uno scatto. Ci sono delle sacche di resistenza non solo di certi uomini, ma anche di certe donne che continuano ad alimentare questo tipo di dipendenza. Ecco perché in questo momento storico le battaglie combattute dalle nostre antenate vanno ricordate. In scena dico che “abbiamo acquisito certi diritti e li diamo per scontati, come abbiamo acquisito la possibilità di usare certi elettrodomestici”, ma in realtà non dobbiamo dimenticare che siamo partite da molto lontano e questo lo abbiamo pagato con rinunce e anche col sangue. Ancora oggi.  Nel 2018 pagare con la vita il desiderio di affrancarsi, di tentare di essere autonome, è aberrante. C’è ancora molta strada da fare.

 

Secondo lei, se una donna che ha lottato nel Sessantotto potesse essere catapultata ai giorni nostri, penserebbe di aver fallito? Non credo, ma sicuramente guarderebbe con diffidenza i risultati di quella rivoluzione. Abbiamo raggiunto dei grandi traguardi, però oggi è cambiata l’ottica. Quella che una volta era la rivoluzione sessuale, cioè la riappropriazione del controllo totale sulla propria sessualità o anche sul proprio corpo, oggi ha preso una connotazione ben diversa. Noi paghiamo il prezzo di un messaggio, che non riguarda solo le donne ma le persone in generale, che parla di come fare marketing del proprio sesso, di come fare del nostro corpo una merce per apparire di più. Non era questo che si voleva. Siamo passate da una società del senso di colpa alla società del narciso. Il narciso che vuole essere ammirato a qualunque costo, anche per dei valori negativi, anche per azioni terribili, cruente, eclatanti. Sono aumentate le ragazze anoressiche o bulimiche,  il corpo viene visto come qualcosa di terribile, di disprezzabile, se non coincidi con l’immagine che socialmente ti viene richiesta.

Ci sono donne di età diversa, anche ragazze, che si sentono protette nel castello di Barbablù, decidendo di ignorare che nell’ultima stanza ci sono i corpi delle donne che lui ha ucciso. C’è qualcosa che è andato storto nella rivoluzione culturale degli anni Settanta? Siamo una società molto fragile, perché sono venuti a cadere i punti di riferimento di certi valori che una volta erano traghettati dal padre, anche in maniera rigida. Nel momento in cui il padre non esiste più, i genitori cercano di compiacere i figli a tutti i costi, ma li dimenticano quando vanno aiutati a crescere, non ci sono più regole che vengano osservate, a scuola i docenti non hanno più nessuna autorità né autorevolezza, e mi trovo a vivere in una  società liquida, senza punti di riferimento, qualsiasi persona che ti dice ti proteggo io, va ad occupare il ruolo che avrebbe dovuto svolgere qualcun altro in fase formativa.

E’ di vitale importanza rimettere qualcosa dentro il nostro calderone-anima.

Dobbiamo cominciare a riportare quotidianamente il sorriso nella nostra vita, ri-imparare a dialogare, raccontare storie belle. Fare dei notiziari di notizie buone. Noi siamo quello che pensiamo: se quotidianamente respiriamo malessere, questo ci fa ammalare. Siamo assuefatti alla violenza. Sherazad salvò la sua vita inventando ogni giorno una storia.

Mia Martini canta “gli uomini che nascono sono figli delle donne”. Quindi spetta a noi crescere generazioni diverse? Nello spettacolo io dico “noi siamo le madri del futuro”, ma non dobbiamo solo partorire figli che vivranno domani, dobbiamo generare gli uomini e le donne di domani. Siamo noi che dobbiamo insegnare ai nostri figli come rispettare l’altro, le regole di convivenza e di civiltà, siamo noi che dobbiamo portare armonia e pace nelle nostre famiglie.

Ad esempio, oggi i giovani vivono il sesso non come scoperta del proprio corpo, ma come appropriazione dell’altro. Questo genera un’immagine spaventosa dell’incontro con l’altro. E’ il momento di invertire questa tendenza, far circolare storie belle, immagini poetiche. La gente vuole nell’arena mediatica, quello che gli antichi volevano nel circo. La bestialità umana che fa spettacolo, non è il vero volto dell’uomo.

Dovremmo fare dei percorsi culturali, personali, affettivi che ci portino alla scoperta di noi stessi, della  bellezza personale, della propria voce, della propria cultura, del proprio racconto; ridiventare protagonisti della nostra storia personale, a prescindere dal giudizio degli altri. E’ un problema epocale.

I giovani sono il futuro e io ho grande fiducia in loro. Facendo formazione vedo tanti ragazzi disorientati, ma anche desiderosi di imparare e di contribuire al cambiamento. Devono solo capire in che modo farlo. Iniziamo a parlare di quelli che hanno ricominciato a coltivare la terra, che operano nel sociale, che fanno tanta solidarietà. Iniziamo a dare loro voce. Dobbiamo ripartire dalle passioni. Noi abbiamo una grande responsabilità, perché siamo stati complici nello scippare a questi ragazzi le loro possibilità, dimenticandoci che non abbiamo ereditato il pianeta da chi è venuto prima di noi, ma che lo prendiamo in prestito da chi verrà dopo.

Questo, però, è un lavoro che va fatto insieme. Abbiamo fatto una politica troppo individualista, ed è ora di cambiare questa mentalità. Io lavoro con l’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, un laboratorio di Alta Formazione del teatro, della canzone e del multimediale, un’officina dei mestieri che punta a formare figure professionali. I ragazzi diplomati lo scorso anno, hanno aperto a loro volta un’associazione culturale, contribuendo alla diffusione di questo progetto. Ci sono riusciti perché hanno lavorato insieme, hanno capito che essere soli non paga. In questo momento creare unità attorno ad un progetto comune, costruttivo e non distruttivo, conviene.

Ci parli della sua esperienza con Sorrentino. Sorrentino mi aveva cercata per cantare in tedesco una canzone del film Youth, che poi non è stata usata, e sostituita da un’altra che avevo proposto io, tratta dal mio spettacolo su Dalida. E’ stato un incontro bellissimo: lui cercava un’attrice-cantante per interpretare Lili Marlene e quando ci siamo incontrati abbiamo parlato della musica, del racconto in musica, del mio spettacolo Avec le temps, Dalida, uno spettacolo che è un viaggio d’amore che mi accompagna da quindici anni. Gli ho proposto la mia versione di  A ma maniére di Dalida, che racconta la condizione di solitudine dell’artista, e lui l’ha voluta inserire nel film. Questo è stato per me un regalo, come se un cerchio si fosse chiuso.

Il concerto di Maria Letizia, l’8 marzo all’Auditorium Parco della Musica, sarà una bellissima occasione per parlare di donne attraverso il linguaggio universale della musica e per festeggiare non solo le donne, ma le donne-streghe, quelle che non hanno mai dimenticato, o che sono riuscite a ricordare, il profondo e antico legame che ci unisce e che, in caso di pericolo, se sapiamo ascoltare la nostra anima più vera e profonda, ci indica la strada per tornare in vita.

Alessia de Antoniis

CINQUANTA ANNI_GORGA_Ph Francesco Cicconi (2)

50 anni e sono ancora mia

Biglietti 20 euro   
cantautorato  Live  Roma Nord
giovedì
8
marzo